Ricordare una giornata di pioggia intensa:
I racconti di nascita di un lavoratore della cura.
di Lidia Campagnano
Una giornata di pioggia intensa, battente, scura, come tante nell’inverno milanese. E nella stanza due persone. I loro sguardi, quello del terapeuta e quello infantile, si rivolgono alla finestra. Il suono della pioggia, ascoltato. Silenzio e tepore della stanza, come un’atmosfera sottile, di quelle che riverberano un richiamo. E l’evento, inatteso: il bambino, autistico, dice qualcosa dell’acqua, qualcosa che differenzia forse, per la prima volta, la qualità dell’acqua quando ha forma di pioggia. La bambina stuprata piange, forse, di sé e per sé, per la prima volta.
Chi ha esperienza diretta della psicoanalisi, terapeuta o paziente che sia, sa o dovrebbe sapere di simili grazie che si generano in un istante, dopo mesi o anni di lavoro. E diventano anche immagini di qualcosa che condensa in un attimo il dolore e l’apertura alla speranza: qualcosa come una ricomposizione dell’umano. Immagini che sono richiami a vivere, a voler vivere, ad autorizzare la vita come attesa perdurante.
Come ne scrive, uno psicoanalista?
Uno psicoanalista sta cambiando scrittura. E insieme ritorna ai tempi in cui la psicoanalisi iniziò a coniugare l’attenzione al destino del singolo con lo sguardo panoramico sulla civiltà. Qui abbiamo un libro di racconti dove la prosa narrativa sconfina continuamente: verso la scrittura propriamente scientifica (disciplinare e interdisciplinare) verso l’articolazione di domande filosofiche e poi di nuovo verso la narrativa, la descrizione, la poesia. Il linguaggio si è contaminato in un’esplorazione di ciò che appare fuori strada, o fuori da due strade, da due stili di scrittura comunemente praticati : quello evidentemente mutuato dalla medicina, che spaventa in tanti testi con la disinfezione e sterilizzazione che opera sui casi di cui tratta, e quell’altro, opposto, ad alta densità spirituale, che abbandona però sulla terra gli stessi poveri casi per volare verso l’Utopia raccomandata dall’autore. Testi inevitabili per l’aspirante terapeuta, duramente iniziatici forse, e minacciosi per la debole volontà dell’aspirante paziente. Quale sia il loro impatto, poi, su un generico “pubblico” di lettori è difficile dire.
Qui lo sconfinamento del linguaggio, quella contaminazione che lo rende di fatto più dolce nel suo comporre tragedie (perché di questo si tratta, nel senso più classico) permette a chi legge di concentrarsi tanto sui personaggi di ogni storia che si fa, si dice e si svolge nella stanza del terapeuta, quanto sul presente come contesto: presente sociale, culturale, politico. Epoca, insomma, o secolo. Quando Rita e Alessio, Carmen e Salvatore, passano davanti a noi, nell’attimo in cui varcano la soglia dello studio di Francesco Bisagni, in entrata e in uscita, intuiamo che tutti e tutte rendono conto ( e chiedono conto) di ciò che un mondo ha fatto di loro così che, riuniti in un affresco- forse di quelli medievali, a episodi- offrono di questo mondo un abbozzo di immagine. E non è bella a vedersi. E’ crudele.
Una prima ipotesi: un linguaggio più “dolce” e però esente da idealismi nasce forse dalla resistenza ad essere, sia pure a fin di bene, corrivo con il darwinismo sociale che scava le sue fosse ben oltre la discriminazione (di sesso o di “razza”) e ben oltre la disuguaglianza economica. E’ solo un caso se questo linguaggio evita con cura il termine “fallimento” e lo sostituisce con la parola “danno”, quando tocca il tema degli ostacoli insormontati che hanno costellato fin dalla nascita il destino di questi nostri piccoli eroi ed eroine?
Una seconda ipotesi, non contrastante con la prima: non sarà che un linguaggio fondamentalmente, sobriamente dolce aiuta a mettere in scena (in un desiderio di pubblica educazione) la sottilissima, quasi indicibile qualità di quel “lavoro di cura” che è indispensabile a ogni nascita e a ogni crescita, vale a dire quella qualità che implica gioia di veder crescere, da un lato, e rispetto dell’altrui gioia (e dolore) di crescere, dall’altro?
Se la scrittura psicoanalitica qui cambia è forse perché l’ansia pungola e necessita, oltre che registrare sensibilmente, un mutamento che va oltre ogni tecnica terapeutica. Se è ben vero che una parte almeno della sociologia e della teoria politica va facendo i conti con la categoria intellettuale del “lavoro di cura”, è diffuso il sospetto che nel frattempo si stiano perdendo, di quel lavoro, i saperi elementari. Non si sa come, non si sa perché. Un’ ignoranza non incolpevole, una sorta di pigrizia mentale induce ad accontentarsi di una vecchia e comoda (e stancamente familistica) spiegazione: di madre in figlia non si trasmettono più quei saperi perché le donne, da qualche generazione, hanno altro da fare che passarsi l’arte del maternage, essendosi impegnate a frequentare lo spazio pubblico. Come se davvero, e in barba alla diffusione in spiccioli di tanta psicologia, lavoro di cura significasse sempre e soltanto donna: quella singola donna, chiusa in un ambito privato e gravata dell’onere di assumersi in perfetta solitudine l’intero carico del materno, del soccorrevole, del terapeutico originario: per natura. Ma anche come se fosse interdetta la diffusione nello spazio pubblico di quei saperi, la loro elaborazione, la loro memorizzazione. Come se l’unica catena di trasmissione consentita fosse, in questo campo, la genealogia femminile.
Molto più radicalmente Bisagni segnala un intero orizzonte: quello di una società priva di mente materna, dove per mente materna si intende la disposizione ad accogliere-raccogliere l’ impensabile (e l’angoscioso) dell’altro, a immaginarlo, a bonificarlo, a farne pensiero sostenibile e incoraggiante. Per l’altro, per sé. L’esempio è quello della società statunitense, nella quale non esistono, sul lavoro, diritti connessi con la maternità, con il suo compito, e dove in effetti una donna va persino a fare la guerra a un paio di settimane dal parto. Ma è evidente che si parla anche di un presente-futuro che riguarda l’umanità. Come si può descrivere, una società senza mente materna?
Una società pietrificata, piegata ad una comunicazione puramente sintomatica, confusa, vuota, frantumata, atterrita, stuprata. Una società dove chiunque è guardato, pornograficamente, ma nessuno è visto. Una società che mette in parole tutto, e dove nessuno è ascoltato. Una società, scrive Bisagni, nella quale i bambini sono le “pattumiere degli adulti”. Una società composta di famiglie (queste terribili “cellule fondamentali” !) “incolte d’amore”, “esseri non raggiunti dalla politica nobile”.
E’ cronaca, questa: un flusso di cronaca intollerabile. E ad ostacolare questo flusso insensato sta la capacità di comporre quelle storie di cura che qui appaiono anche come storie di resistenza, minime. Storie di chiunque. Perché sono storie di nascita. Ci stiamo avviando verso una società incapace di sognare, immaginare, pensare la nascita, e di consentire un riverbero di quell’evento che ne faccia festa, canto e danza per chiunque, invece che cronaca spicciola della crudeltà?
I piccoli eroi, le eroine dei racconti di Bisagni di questo sembrano rendere e chiedere conto. Come tutti, senza ricordare: non si ricorda la nascita. Non si ricorda il nascere dialogicamente all’intreccio tra il tatto, il gusto, l’odorato, la vista, l’udito. La nascita alla pelle, che avvolge i sensi e ne protegge e media la composizione progressiva in soggetto e cioè in relazione e in pensiero. Non si ricorda la risposta incoraggiante ricevuta ad ogni passo oppure la violenza, la manipolazione, la negazione calate come una mannaia su questo processo. L’intimità che ha protetto, o l’alienità che ha paralizzato e scomposto. Di tutto ciò non c’è ricordo, di tutto ciò si portano le tracce. E perciò diventa cruciale il racconto che se ne riceve, perché il racconto dà senso alle tracce, il racconto insegna a raccontarle.
Racconto come antropologia elementare. E racconto come rappresentazione artistica. Apologo della nascita per il cucciolo.
Ma che fa, che sta facendo la psicoanalisi, giunta questo punto? Sta forse chiedendo conto alla civiltà dalla quale proviene che ne ha fatto della nascita dei suoi cuccioli?
Qui, tra queste pagine, la domanda sembra proprio circolare, nonostante il tono sommesso e l’evidente rifiuto di arrogarsi il compito di predicare al mondo. E in ogni caso questa domanda sorge in chi legge, là dove si mostra uno spostamento di linguaggio e uno spostamento teorico che parla della necessità di restituire l’innocenza, di sottrarre l’amore al giogo originario della riparazione, di fare della gioia ritrovata una misura (una delle misure) della salute riacquistata.
La nascita, per secoli rappresentata dall’arte della religione dominante nella perfetta innocenza della Madre e del Bambino, è stata marchiata col segno della colpa. Colpa della madre e del bambino. Colpa della materia vivente, del corpo umano: colpa e disgusto e rifiuto. Follemente associata all’obbligo di mettere al mondo, all’obbligo di prendersi cura, come in uno stato di carcerazione, di quel groviglio di carni portatrici di condanna. Partorirai con dolore, nel sudiciume, nel caos, nell’urlo. Non hai niente da spartire col Presepio.
Ancora lì saremmo. E nelle vicinanze si sarebbe attardata la psicoanalisi, e la sua civiltà. Fino ad ora. Fino a che qualcuno non si ferma a guardare il corteo dei bambini e delle bambine qualunque che dalle strade del mondo, bombardate in ogni senso, vanno cercando il riparo di una protezione, di una benedizione, di un sì al loro diritto di vivere e di farsi soggetti uno per uno. Qualcuno che finalmente si interroga e interroga altri, sulle fonti di questa barbarie e dunque sulle fonti di un riscatto, di una liberazione, di una ricostruzione del sentimento del vivere per gli esseri umani.
Corteo di bambini (con le loro madri?) alla ricerca di una stanza dove sostare. Un luogo dove realizzare il piccolo capolavoro della quiete. Rifugio dalle famiglie incolte, da quelle mafiose, da quelle facoltose, da quelle miserabili. Stanza con finestra. Come certe stanze della pittura fiamminga, o le stanze dipinte da Matisse. Ma anche, stanze per formulare un pensiero un po’ più forte. E perciò un po’ più generoso…
Perché dopo qualche decennio di consumo e abuso e logoramento del pensiero novecentesco, o di quelle che sono state definite, con qualche sufficienza, grandi narrazioni (fondamentalmente la psicoanalisi e il marxismo) torna a farsi sentire la nostalgia e la necessità di una qualche architettura del pensiero, di un’intenzione progettuale che costruisca habitat, o polis, e con ciò chiami al dialogo e alla ricomposizione di un saper vivere e convivere più degno, più protettivo. Un’architettura che, consapevole della sua propria storia, rechi finalmente traccia delle prime note dell’umano pensare, la danza a due nella quale si nasce. L’immemorabile. Al quale, liberamente, si può credere e si può attingere.
Fede umile e attiva nel prato di Rita, nelle ricotte di Carmen, nell’acqua di Daniele. Nel lavoro che produce disegni, cibo, parole. Nel ritmo che lo sostiene. Lavoro di cura spartito tra umani: una parte a te, una a me, come un bene prezioso che è da condividere.
E’ così che si può salvare, e anche festeggiare e celebrare, il lavoro di cura.
Quello psicoanalitico, per esempio.
Lavoro: fatica e sapere, creazione e relazione. Sorpresa e incanto, a volte. Di che parliamo quando parliamo d’amore, ripete l’autore. E parafrasando: di che parliamo quando parliamo di lavoro. Come si salva il senso di un lavoro psicanalitico. O il senso del lavoro. Il diritto, e il gioco del lavorare e con ciò del dare senso. Diritto e gioco che differenziano l’essere umano. Si parla del pericolo che minaccia questo diritto e questo gioco, i piaceri che lo connotano. Anzi, più propriamente, la sua parte di gioia.
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