PREFAZIONE di Nadia Fina
La lettura del libro di Francesco Bisagni lascia una sensazione di intensa densità.
Un contrasto molto forte rispetto al vuoto gravoso e al senso di sgomento che emerge dall’autismo dei pazienti di cui leggiamo in queste pagine, come sempre d’altronde quando la narrazione riguarda questa patologia. E come similmente accade spesso nell’avvicinarsi ad altre condizioni cliniche in un certo senso estreme che nel libro vengono affrontate.
Un pregio di Francesco Bisagni è quello di accompagnare l’attenzione del lettore facendolo transitare dall’osservazione dello spazio geografico occupato dal paziente in seduta, allo spazio geografico che due persone condividono in quella stessa circostanza.
Intenzionalmente mi riferisco allo spazio condiviso come ad uno spazio geografico: così come i confini che delimitano i territori sono il risultato di complesse mediazioni e sono espressioni di identità sociali e culturali che possono esistere solo in virtù di un reciproco riconoscimento e dialogo, similmente nel contesto terapeutico lo spazio geografico della stanza analitica diviene rappresentazione di una forma di contenimento capace di fornire al paziente alcuni principi significativi e fondanti per un suo orientamento di base nel vivere. Nell’ holding adeguato il bambino è sostenuto dalla madre in una posizione che tiene senza trattenere. Che attende i movimenti del suo bambino, un po’ prevedendoli ma molto ascoltandoli attraverso l’esperienza che fa di lui, per orientarlo e accompagnarlo nei suoi movimenti corporei e psicologici.
Ma se questa complessa processualità del legame primario è intensamente e pervasivamente danneggiata, lo spazio geografico si coarta, facendosi bidimensionale, fino a ridursi a mero tratto che delinea uno spazio disegnato, come una sagoma che definisce senza renderlo vivo uno spazio vuoto.
Si tratta, in casi simili, di un’esperienza annichilente, che umilia il soggetto fino alle estreme conseguenze difensive di farlo rimanere prigioniero e fuso nell’identificazione con quel vuoto che lo rende imprendibile e lontano anni luce dalla realtà oggettiva e condivisa, dalla sua complessità creativa, dai suoi continui mutamenti, dai suoi conflitti, dalla gioia possibile.
Nel racconto di questa condizione umana Bisagni ci parla dei suoi pazienti mantenendosi attento a descrivere ed implicitamente ribadire quanto importante sia quel primo, prolungato, spazio condiviso nel silenzio. Uno spazio che progressivamente diviene dimensione e si fa complessità e che si articola su più livelli, i quali agiscono a volte simultaneamente e a volte con una loro consequenziale logica interna che ne addensa la struttura e ne modifica continuamente la forma. L’esperienza che così si compie muta chi vi partecipa, perché la si osserva da un vertice che include l’altro come parte comunque attiva di un processo dove, qualunque sia la forma espressiva di tale attività, lo sforzo compiuto è quello di cogliere e creare significato.
I pensieri dell’analista che nascono in quello spazio privo di parola sono, insieme ai suoi vissuti emotivi, percettivi, esperienziali, il risultato dell’ascolto di quello stesso silenzio. Mentre allora per il paziente il silenzio può essere esso stesso la muta voce del vuoto più assoluto e terrificante, per l’analista contiene invece in sé codici comunicativi da riconoscere, da nominare, da comunicare in quanto insiemi espressivi di un mondo interno assestato su forme dialogiche primitive, gutturali.
E Bisagni descrive ancora – nell’autismo e non solo - le comunicazioni prive di parole ma comunque sensorialmente intense, materiche: come i brontolii intestinali e gli odori dei pazienti mescolati e depositati, unico modo a loro disposizione per un’esperienza percettiva di sé come realmente esistente nello spazio emotivo e mentale dell’altro. Il silenzio e le molteplici forme della sensorialità trovano faticosamente forme espressive nei pensieri e nelle fantasie associative del terapeuta che vicariano quelle ancora non formulabili dal paziente contribuendo, in tal modo, a delineare una “primitiva” ed essenziale forma di interazione.
Interazione è infatti ogni forma di comunicazione che scaturisce dalle azioni con cui si esplicano le forze inconsce presenti nel paziente e nell’analista. Se sufficientemente comprese e utilizzate nel modo appropriato queste possono in realtà aprire molte strade verso il mondo interno di ogni paziente.
E dunque il comprendere a fondo modalità comunicative molto arcaiche e primitive, come quelle individuabili in persone così gravemente danneggiate, è di enorme utilità per leggere, in misura altrettanto adeguata, i processi precoci della mente di pazienti complessivamente più evoluti e che possono però trovarsi a fronteggiare, nel loro percorso di analisi, situazioni fortemente regressive e per questo temibili fonti di angoscia.
Una simile possibilità di comprensione nasce in prima istanza dall’attenta analisi dei contenuti controtransferali: utilizzati come oggetti mentali che orientano l’analista all’interno della dimensione psichica del paziente, essi danno vita ad un processo estensivo del ruolo che l’inconscio può ricoprire nell’ espressività e nella significazione della mente dell’altro. In questo senso penso si possa parlare di una costruzione di significato condivisa: mi riferisco ancora in modo particolare a quella capacità di ascoltare i vari stati mentali e affettivi che, non potendo essere ancora rappresentati dal paziente verbalmente o in altra forma evoluta, vengono prima esperiti – in termini molto concreti – dall’analista. Si tratta di quel particolare assetto mentale che Bollas ha descritto come “capacità di controtransfert” che l’analista deve avere. Capacità che deve essere intesa a tutti gli effetti come forma di conoscenza del paziente da parte dell’analista.
Questa visione del controtransfert allude naturalmente al suo intrinseco legame con l’empatia, al suo essere a tutti gli effetti un attivatore di tale processo conoscitivo.
Se noi consideriamo l’empatia come un precursore dell’identificazione ne valorizziamo, dal punto di vista clinico, il suo inizio. Inizio che si colloca appunto nel rapporto non verbale e nelle fantasie che prendono forma nella mente del terapeuta, favorendo il riconoscimento di quei segnali che per primi ci avvertono quando entriamo, in qualche modo, in contatto con le emozioni dell’altro pur se pesantemente coartate o appena nascenti.
La funzione intuitiva della mente viene dunque a sua volta incrementata e favorita affinché gli indizi raccolti possano comporsi in un insieme organizzato e complesso, denso di nuove profonde valenze psichiche in quanto espressione tangibile del tentativo compiuto di colmare, attraverso il contatto, l’assenza affettiva primaria.
Da questo punto di vista Bisagni si colloca tra quegli autori che rivisitano il concetto di controtransfert svincolandolo da quello di identificazione proiettiva, per lasciare invece spazio di crescita a quella funzione alchemica ben rappresentata dalla posizione di un terapeuta che “pensa” la rabbia, l’odio, la distruttività e quant’altro, per finalizzarne i significati sia alla funzione del transfert sia, soprattutto, per contribuire a definire l’assetto del “qui ed ora” della relazione, per ciò che in quel momento di quella seduta sta accadendo.
Le conseguenze sono di notevole rilievo clinico.
In primo luogo, infatti, si stabilisce una differenziazione tra transfert e relazione analitica e, come immediata conseguenza di ciò, l’assetto mentale ed emotivo del terapeuta si modifica insieme a quello del paziente che impara – pur se lentamente e per lungo tempo solo percettivamente – ad esperire l’analista come un oggetto-soggetto. E sulla soggettività dell’oggetto Bisagni molto insiste in varie parti del suo scritto. Nel processo di rispecchiamento intrinseco al divenire analitico, questo movimento – fondato sulla soggettività dell’oggetto-analista - è prodromico di un principio che connota l’esperienza emergente di un Sé soggettivo da parte del paziente. E dunque il vuoto e i suoi rumori, le azioni e la rabbia, la paura e la perdita, l’angoscia e la reattività, l’odio e la sua forza divengono via via vissuti, in un’ esperienza che ha veramente valore perché ha con sé la forza e la capacità di penetrare e indirizzare innanzitutto la mente affettiva del terapeuta e la sua intenzionalità.
L’analista si pone nella sua attività di soggetto come un testimone partecipante che comprende empaticamente, che alleggerisce cioè dall’angoscia catastrofica della dissoluzione ma che insieme va oltre a questo pur fondamentale compito, entrando nel territorio della ri-trascrizione condivisa. In un certo senso questo lavoro ha radici nel discorso di Winnicott sulla restituzione al paziente della fatica compiuta dal terapeuta nel percorso con lui. Questa restituzione è molto importante a mio avviso perché rappresenta il frutto del lavoro comune, è una forma di riconoscimento di quanto accade nella coppia analitica e, pur mantenendo una corrispondenza con il passato nel suo aspetto simbolico, ne evidenzia a tutti gli effetti le differenze con l’esperienza presente in corso. Ed infatti non possiamo pensare ai dati emergenti dal transfert, dai ricordi, dalle resistenze solo come mere ripetizioni del passato. Questi dati sono comunque, anche, il risultato del qui ed ora. Si tratta dunque di un significativo cambiamento di rotta sia per la conduzione che per il traguardo terapeutico.
Un altro pregio del libro di Francesco Bisagni è quello di affrontare in modo molto rigoroso, per le elaborazioni che ci propone, le lacune dovute spesso alla differenza che sussiste tra psicoanalisi come teoria e psicoanalisi come esperienza.
L’autore ci racconta, attraverso la descrizione di immagini forti che assumono una coerenza a partire dai frammenti suggeriti, che l’inconscio è un insieme, un’organizzazione che riflette i percorsi primordiali del nostro stare al mondo, comprese le esperienze identificatorie strutturanti o de-strutturanti il mondo interno soggettivo. Quelle emozioni primarie che, a seconda della coerenza che riscontrano grazie alla qualità della comprensione condivisa, possono addensarsi in forme piene di significato per la formazione del Sé esperienziale oppure rimanere sparse, come in una costellazione vittima della forza attrattiva del vuoto.
La cesura tra teoria e pratica viene in questo libro colmata perché con molto coraggio Bisagni ci racconta cosa accade con il paziente rimanendo, nella descrizione, aderente ai fatti. Non ci sono intellettualizzazioni, non ci sono razionalizzazioni e non c’è bisogno di omettere ciò che può risultare scomodo da raccontare. In quelle lunghe sedute in cui la noia, il disgusto, la fatica, l’odio sono le matrici caratterizzanti l’incontro, lo sforzo fluido ed intenso del terapeuta di organizzare i suoi vissuti controtransferali in pensieri pensati ricompone quella cesura. Le evocazioni soggettive, le risorse personali e culturali penetrano organicamente la narrazione che va componendosi, collocandosi all’interno di quella differenza tra teoria e clinica per riempire il solco con un significato dal forte valore euristico.
Quelle fantasie sono espressione dello stile personale del terapeuta ma anche - ed è importante sottolinearlo – sono il riconoscimento di ciò che accade nello spazio analitico in relazione al tipo di esperienza che ha contribuito a plasmare quello stile e quelle fantasie così significative per la rotta che interessa l’intero processo di cura.
Questa forma di revèrie è il preludio per un uso empatico e creativo della comunicazione all’interno della relazione psicoanalitica. L’attenzione ai movimenti controtransferali e alla totalità storica della sensibilità soggettiva dell’analista gli permette così di collocarsi all’interno di una relazione pensata, come direbbe Winnicott, dal necessario punto di vista che la madre deve acquisire sull’esperienza che essa fa del proprio bambino senza aderire al suo bisogno identificatorio e di rispecchiamento totale che irretisce nell’immobilità.
E’ infatti la consapevolezza dei cambiamenti che si verificano nella madre, nei suoi stati d’animo in-relazione-con, ciò che facilita il contatto adeguato con i bisogni – evolutivi o regressivi che siano – del bambino. Questi cambiamenti riguardano tanto gli aspetti consci quanto quelli inconsci e proprio questa peculiare caratteristica, se resa consapevole, diviene empatia che si esprime nello scambio relazionale in generale ed in quello analitico in particolare.
Con molta ragione Bolognini ci ricorda nei suoi lavori che l’atteggiamento empatico non porta automaticamente al cambiamento, ma favorisce un’azione ritrascrittiva della storia del paziente in relazione soprattutto all’esperienza che dell’analista questi può fare, aprendo così la strada a molteplici nuove forme elaborative che i significati condivisi consentono.
La contestualizzazione di una modificazione della realtà intrapsichica, la sua possibile evoluzione trasformativa all’interno di una rete relazionale sottolinea ulteriormente la natura della nostra soggettività. Diveniamo soggetti all’interno di contesti relazionali che riguardano il passato, il presente e il futuro.
Si tratta di valorizzare un processo di approfondimento della conoscenza del funzionamento complessivo della psiche per poterne cogliere gli aspetti via via emergenti nel percorso di terapia analitica, presupposto questo per una tensione ideale che potremmo chiamare Speranza e che deve continuamente caratterizzare il pensiero e l’azione terapeutica. |